13/11/2012

Mangiare di notte fa ingrassare di più

Chi per necessità lavorative o per disturbi del sonno trascorre parte della notte mangiando vede aumentare il proprio peso Chiunque abbia mai avuto problemi di peso o semplicemente di linea sa che saccheggiare il frigorifero nelle ore notturne è una cosa poco indicata da fare. Ora una ricerca della statunitense University of Pennsylvania prova a spiegare quali siano le funzioni fisiologiche coinvolte nell’alimentazione notturna e quali effetti produca una dieta che prevede assunzione di cibo quando sarebbe invece l’ora di dormire.

MANGIARE ALL’ORA DI DORMIRE – Lo studio americano ha previsto la rimozione del gene-orologio Arntl (traslocatore nucleare per il recettore arilico) dalle cellule del tessuto adiposo di alcuni topi da laboratorio. L’Arntl è un gene che codifica alcune delle proteine che determinano il ciclo circadiano e l’effetto della sua rimozione dalle cellule dei roditori ha fatto sì che questi si nutrissero, con le abituali quantità di cibo, di giorno invece che di notte (i topi sono animali notturni per quanto riguarda l’alimentazione). Questo semplice slittamento d’orario ha prodotto topi obesi e con grandi riserve di energie. I ricercatori della University of Pennsylvania inoltre hanno osservato lo stesso aumento di peso in altri topi ai quali non era stato cancellato il gene-orologio, sottoponendoli semplicemente allo stesso regime alimentare (sfasato nell’orario) seguito da quelli privati dell’Arntl. Le risultanze cliniche dell’esperimento sottolineano che le condizioni degli animali da laboratorio presentano una chiara similitudine con la cosiddetta sindrome da alimentazione notturna umana (un disturbo del comportamento alimentare descritto per la prima volta nel 1955 da Albert Stunkard, anch’egli della Penn University). Chi ne soffre passa dalla nausea mattutina di fronte al cibo all’assunzione incontrollata di alimenti nelle ore notturne, malsana abitudine che sfocia spesso in obesità, ipertensione arteriosa e diabete.

L’OROLOGIO CIRCADIANO – La sperimentazione condotta nei laboratori della Penn University ha inoltre svelato un aspetto inedito dell’orologio circadiano (o biologico che dir si voglia) degli animali osservati, probabilmente riferibile anche a quello umano vista la similitudine dei geni coinvolti, comuni oltre che a topi ed esseri umani anche ad altri mammiferi, uccelli e piante. Nell’uomo l’orologio circadiano principale si trova nel cervello, nell’ipotalamo, in una piccola regione chiamata nucleo soprachiasmatico. È sensibile ai cicli di luce e buio e di conseguenza invia dei segnali per sincronizzare su questo ritmo tutti gli orologi delle cellule sparse per il nostro corpo. Fino ad ora si era portati a pensare che l’ipotalamo agisse come una sorta di “direttore d’orchestra” per tutte le cellule periferiche coinvolte nel ritmo circadiano, ma le conclusioni dello studio dimostrerebbero che è possibile per tutti gli orologi dislocati nel nostro organismo influire su quello principale. I ricercatori della Pennsylvania University hanno osservato infatti che sopprimendo il gene Arntl nelle cellule dei topi anche l’orologio circadiano principale mutava il suo ritmo abituale, favorendo l’assunzione di cibo in un orario inappropriato. Secondo gli esperti statunitensi questo spiegherebbe perché tra i lavoratori notturni siano molto diffuse l’obesità e la sindrome metabolica (una situazione clinica ad alto rischio cardiovascolare).

PROCESSO REVERSIBILE – Il processo legato allo stimolo della fame coinvolge oltre al sistema nervoso centrale anche altri organi come il cuore e il fegato. Le cellule adipose invece svolgono l’importante compito di tenere aggiornato il cervello sulle quantità di energia disponibile. Lo fanno secernendo un ormone, la leptina, che quando raggiunge una determinata concentrazione stimola il nostro organismo a bruciare energie e riduce l’appetito. Il team della Penn University (guidato da Georgios Paschos e Garret FitzGerald, direttore dell’Institute for Translational Medicine and Therapeutic) ha rimarcato che a essere interessati dalle conseguenze dell’eliminazione dei geni-orologio sono stati i geni deputati a regolare il rilascio nel flusso sanguigno di acidi grassi insaturi. I livelli di questi ultimi erano infatti notevolmente bassi nel sangue delle cavie con l’orologio biologico alterato, ma gli accademici statunitensi hanno dimostrato che è sufficiente sopperire chimicamente a questa carenza per fare sì che l’orologio circadiano riprenda a funzionare correttamente. «Quello che abbiamo scoperto – ha dichiarato Garret FitzGerald – è che cambiamenti a breve termine hanno un effetto immediato sul ritmo alimentare che portano a un aumento del peso corporeo nel lungo periodo».

Emanuela Di Pasqua

tratto da:  corriere.it