12/12/2016

Come curare l’artrite attraverso l’alimentazione

Le prime osservazioni mediche dell’epoca moderna che hanno segnalato un possibile effetto positivo di un cambio dietetico nella sintomatologia dell’artrite risalgono a più di cinquanta anni fa. Mentre i primi studi controllati sugli effetti positivi del digiuno sulla stessa malattia risalgono alla fine degli anni 70.
In anni più recenti, si è applicato il metodo dello studio clinico controllato anche ad altre patologie autoimmuni, come ad esempio la psoriasi.
Tre le linee di indagine:
- Il ruolo di un periodo di digiuno nella riduzione della sintomatologia.
- Il ruolo della dieta vegetariana stretta e della dieta latteovegetariana.
- Il ruolo della supplementazione di acidi grassi polinsaturi.

 

DIGIUNO E ARTRITE
Il primo studio controllato sugli effetti del digiuno è del 1979. In questo lavoro viene documentato che 7-10 giorni di digiuno hanno prodotto un significativo miglioramento della sintomatologia in un terzo dei pazienti del gruppo in trattamento, a differenza del gruppo di controllo.
Altri ricercatori, negli anni successivi, hanno replicato questi risultati, fornendo così un’evidenza scientifica sul ruolo benefico del digiuno per persone che soffrono di artrite reumatoide. Due i meccanismi plausibili alla base degli effetti positivi del digiuno:
- Sospensione della reattività immunitaria ad antigeni alimentari e quindi diminuzione dell’infiammazione intestinale,
- Aumento della secrezione di cortisolo e quindi incremento della potenza antinfiammatoria endogena.

 

DIETA VEGETARIANA
Uno studio recente ha dimostrato che una dieta vegetariana stretta, senza glutine e latte e derivati, migliora nettamente i sintomi dell’artrite reumatoide e si accompagna a una netta riduzione dell’attività anticorpale contro gli antigeni contenuti nel glutine e nel latte.
Il gruppo svedese, del Karolinska Institute di Stoccolma, sede dello studio, dimostra che il 40 per cento dei pazienti a dieta vegetariana stretta (senza glutine e latte), comparato con il gruppo a dieta normale, mostra un significativo miglioramento dei sintomi di artrite reumatoide. La ragione di ciò, a parere di questi studiosi, è precisa:
- questo beneficio può essere correlato a una riduzione della immunoreattività agli antigeni del cibo eliminato con il cambio di dieta..

 

OLIO DI PESCE, DI LINO E DI SESAMO

Sul piano clinico, gli effetti positivi della supplementazione di olio di pesce nella artrite reumatoide sono stati dimostrati in almeno 11 studi controllati in doppio cieco con placebo. In questi studi, si è registrato un miglior controllo della sintomatologia con una quantità minore di farmaci antinfiammatori.
Altri studi sperimentali hanno documentato che l’uso di olio di lino e di olio di sesamo hanno un medesimo effetto antinfiammatorio, riducendo la produzione di sostanze come il TNF-á (fattore di necrosi tumorale alfa). Quest’ultimo, lo ricordiamo, è il principale bersaglio del farmaco più innovativo fino ad ora mai prodotto nella terapia dell’artrite reumatoide.
In questo senso, quindi, il regime dietetico funziona come un farmaco.

 

L’ALIMENTAZIONE E L’ARTRITE

I sintomi dell’artrite reumatoide possono essere ricondotti ad un insieme di fattori che coinvolgono fattori infiammatori cronici, fattori allergologici e interferenze psicoemotive. Molti ricercatori si sono occupati di queste correlazioni ottenendo buoni risultati nella cura di questa dolorosa patologia. In modo particolare ricordiamo i due lavori di Karatay. Tali lavori hanno coinvolto persone affette da Artrite Reumatoide, e con ogni probabilità un meccanismo di tipo allergico simile a quello descritto può essere riconosciuto in qualsiasi forma di artrite, e una dieta individualizzata potrebbe essere una delle forme di terapie più ecologiche per chiunque ne soffra.

I due articoli a cui facciamo riferimento, (Karatay S. et al Rheumatology (Oxford) 2004 Nov; 43(11): 1429-33 Epub 2004 Aug 10) e (Karatay S. et al Rheumatol Int 2005 Jul 16; 1-5 Epub ahead of print) si riferiscono al fatto che a soggetti in condizioni di remissione (che cioè stavano bene) ma ammalati di artrite reumatoide, è stato effettuato un Prick test (graffietti sul braccio) per gli alimenti.
A tutti fu chiesto di eliminare i cibi emersi dal test per qualche giorno, e infine vennero sottoposti a carico alimentare per 12 giorni consecutivi con gli alimenti allergizzanti o con alimenti neutri (in questo esperimento riso e mais) per coloro risultati negativi ai test. Chi mangiò per 12 giorni i cibi allergizzanti sviluppò rigidità, dolore e gonfiore, e anche i valori di alcuni parametri clinici indicatori di infiammazione (VES, PCR, TNF-alfa, IL1-beta e IL1-alfa) si alterarono profondamente. La differenza con i soggetti non allergici fu molto significativa.

A conferma di tutto ciò possiamo far riferimento anche ad un altro lavoro scientifico, Rheumatoid arthritis and the drop in tolerance to foods: elimination diets and the reestablishment of tolerance by low-dose diluted food. Gianfranceschi P, Fasani G, Speciani AF.PMID: 8610996 [PubMed - indexed for MEDLINE], realizzato presso l’ospedale di Udine. L’obiettivo dello studio era la valutazione dell’efficacia di una dieta anti intolleranza in pazienti con artrite reumatoide. I pazienti che avevano seguito una dieta rispettosa delle intolleranze avevano registrato una riduzione del numero di articolazioni dolenti, una minore rigidità mattutina, negli altri non si era verificato alcun miglioramento. Questo dimostra come a volte variazioni mirate della propria alimentazione possono modificare il decorso di una malattia.

 

COME INTERVENIRE?

Valutare tutti gli aspetti legati a questa patologia non trascurando il fattore alimentazione che come abbiamo visto gioca un ruolo molto importante, per ridurre l’infiammazione può sottoporsi a un test per la ricerca delle intolleranze alimentari e impostare una corretta terapia dietologica o iposensibilizzante.
Ricordiamo anche l’importanza di mantenere o raggiungere il proprio peso forma.
Fare attenzione alla postura, effettuare una valutazione osteopatica o Riflessologica e l’esercizio più adatto possono aiutare ogni organismo a riprendere i propri fisiologici aspetti meccanici; per quanto riguarda la sfera psicologica utilizzare rimedi con azione rilassante o antidepressiva può migliorare grandemente i dolori e i disturbi osteoarticolari, ma sono risultate molto efficaci anche pratiche come lo Yoga, la respirazione e la Meditazione.
L’impiego di rimedi naturali a valenza antinfiammatoria (boswellia, artiglio del diavolo, Ribes nero) o di altri fitoterapici, può essere affiancato all’uso di rimedi omeopatici.

 

 

ATTIVITÀ FISICA E ARTRITE

Attività fisica intensa ma efficace

Chi soffre di artrite reumatoide sa bene che una delle strategie o comunque una componente importante della strategia terapeutica rimane l’attività fisica. Resta da decidere le modalità con cui eseguirla, l’intensità e la tipologia degli esercizi da fare.
Sull’efficacia dei diversi tipi di programmi terapeutici si continua a dibattere. Generalmente vengono inclusi tutti i tipi di attività sportiva senza particolare propensione ad attività in particolare ma c’è sempre di base una riserva a non caricare troppo le articolazioni proprio per evitare peggioramenti o acutizzazioni della malattia.

 

Le articolazioni ringraziano

Recentemente, invece, è stato mostrato maggior interesse a esercizi ad elevata attivazione posturale e articolare, in cui il peso corporeo del paziente non viene neutralizzato o alleggerito, come per esempio avviene con il nuoto o con il ciclismo.
Ma il dubbio è che le piccole articolazioni, come quelle presenti nei piedi, possano subire danni a lungo andare, proprio perché caricate del peso. In realtà sembrerebbe proprio il contrario e lo dimostrano diversi studi di cui uno recentemente comparso su Annals of the Rheumatic Diseases.
Sono stati coinvolti circa 300 pazienti, i programmi di attività fisica proposti duravano due anni, solo che metà dei soggetti ha seguito una terapia fisica classica, l’altra metà, invece, uno schema a elevata intensità, con esercizi in cui il peso corporeo non veniva neutralizzato. Al termine del periodo sono state eseguite valutazioni del livello di danno articolare misurato radiologicamente (Larsen score) e i pazienti del secondo gruppo avevano un punteggio favorevole con un incremento medio del danno inferiore rispetto agli altri pazienti.

La differenza era più pronunciata nelle articolazioni dei piedi, rispetto a quelle delle mani. Ma questo tipo di attività fisica ad elevata attivazione posturale e articolare, esercitata sempre sul lungo termine (due anni), aveva già dimostrato di ridurre la tendenza a sviluppare l’osteoporosi dei pazienti con artrite reumatoide.
Si otteneva infatti un miglioramento in termini di minor riduzione della densità minerale ossea dell’anca più che nelle vertebre, e variazioni significative e indipendenti della forza muscolare e della capacità aerobica.

 

Punti oscuri

Nonostante queste evidenze rimangono ancora molti punti non chiariti sul meccanismo patofisiologico che provoca l’artrite reumatoide e in studi come questi non vengono presi in considerazione fattori come la qualità, la forza e la resistenza dell’osso e della cartilagine verso stress meccanici e infiammatori. Inoltre anche l’uso di farmaci, l’avanzamento della malattia ma anche l’aderenza al piano biennale proposto, sono fattori che potenzialmente possono condizionare gli esiti di un programma di attività fisica di ogni genere

 

Tratto da “Immunità, cibo e cervello”  F. Bottaccioli – A. Carosella – Tecniche Nuove